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Rino Sciaraffa, oltre che essere un professionista di primissimo livello nel suo settore, è un caro amico. Ma ancora prima, è un uomo integro, onesto e basa la sua vita su principi veri e sani. Da anni lavora come Responsabile Fundraising per Compassion, un’associazione onlus di Torino che si occupa di sostegno a distanza. Rino, con il tempo, è diventato anche un esperto di comunicazione, a vari livelli, in quanto nel suo lavoro comunicare è un aspetto tanto importante quanto delicato. La sua esperienza, dunque, può essere molto utile per capire alcuni aspetti della comunicazione che spesso vengono poco considerati o non sono affatto conosciuti. Dettagli come ascolto, empatia e comprensione. Oggi, nel mondo della Digital Communication, questi aspetti sono talvolta poco conosciuti anche dai guru del settore. Ma è grazie a questi dettagli che la comunicazione può diventare realmente efficace.

Rino, qual è il tuo lavoro? Come sei arrivato a svolgere la tua posizione in questo settore? Il mio lavoro è definito Fundraiser, ovvero colui che raccoglie fondi per il settore non profit.

Sono giunto a questo lavoro assolutamente per caso. Il mio precedente lavoro era di consulente aziendale, specifico nel controllo di gestione. Ho sempre lavorato nel settore economico della grande distribuzione. Per caso mi chiesero una consulenza e subito mi affascinai di questo ambiente di lavoro. Nel 2010 mi chiesero di collaborare, come risorsa interna e non solo come volontario. Accettai subito la mia nuova posizione lavorativa, seppure sapevo avrebbe comportato importanti sacrifici in termini economici.

Come si inserisce e quanto è importante la comunicazione nel tuo lavoro?   La comunicazione nel mio settore lavorativo è tutto, in senso assoluto. Dobbiamo saper comunicare qualcosa di importante e un valore “immateriale” di scambio fra donazione e idea di cambiare il mondo, o quantomeno, parte di esso.

Nel mio lavoro mi interfaccio con il reparto marketing per gestire la campagna di sensibilizzazione, con i volontari e gli altri collaboratori per la promozione delle azioni di raccolta fondi.

Con quali figure ti interfacci nel tuo lavoro? Esternamente mi interfaccio con i donatori. Il mio tipo di marketing è principalmente un marketing relazionale.

Usi tecniche particolari per comunicare con loro? Le tecniche di comunicazioni sono quelle classiche del dialogo face to face. Empatia, ascolto, persuasione e restituzione verbale sono elementi essenziali oltre ad essere elementi negozioali. La comunicazione verbale e paraverbale è lo strumento per eccellenza, oltre alla carta scritta.

Qual è per te l’aspetto più difficile della comunicazione nel tuo lavoro? E quale quello da curare con più attenzione? L’aspetto più difficile è il costruire una relazione iniziale. Non sempre avviene immediatamente e con le stesse dinamiche. Ogni persona è diversa e diversi sono gli approcci.

Dobbiamo tenere in buona considerazione la capacità di mantenere i contatti con i donatori. Costruire la relazione anche al di là della donazione stessa. Costruire una relazione che diventa rapporto umano e vicinanza al donatore.

Che rapporto hai con la comunicazione digitale? La comunicazione digitale è fondamentale per il nostro lavoro. Uso i social network come parte fondamentale per il mio lavoro, ma non solo.

I social media spesso sono vuoti di contenuti e banali. Purtroppo, però, rimangono uno degli strumenti più importanti per rimanere in relazione con le persone e per comunicare le ragioni della raccolta fondi.

Come consideri oggi i social media in rapporto con le persone che li utilizzano? Secondo me le persone non sanno cosa significa comunicare. Si trovano uno strumento di comunicazione in mano ma non lo sanno gestire e non lo sanno valorizzare. Comunicare non è solo scrivere. Comunicare è mettere in comune. Spesso i social network non servono a mettere in comune, ma diventano strumenti narcisistici autoreferenziali. La facilità di scrivere su una pagina Facebook o Twitter non fa di noi comunicatori, ma solo persone che mettono su una pagina web i propri pensieri aspettandosi, in modo narcisistico, che gli altri accolgano le nostre parole o pensieri.